domenica 18 gennaio 2009

Italianaimportazione: diffidate!

Italianaimportazione è un sito on-line che vende componenti elettronici da qualche mese. Fin qui niente di strano, ce ne sono a migliaia.
Ciò che li differenzia dal resto della concorrenza sono i prezzi: notevolmente inferiori.

Io ho acquistato presso di loro un Ipod Touch 32Gb più di tre mesi fa. Fortunatamente l'articolo mi è arrivato anche se a tutto'oggi non ho ancora ricevuto fattura nonostante i miei ripetuti solleciti. Veramente non ho neanche ricevuto risposta alle mail!
Evidentemente, allegare un file .pdf in una email deve essere operazione non consentita ai loro pc. Strano, perché li vendono pure!

Perché ho scritto fortunatamente? Perché sono mesi che partecipo alle discussioni del loro Forum scoprendo che, oltre ad altre persone in attesa di fattura, sono decine i clienti che non hanno ricevuto nulla nonostante l'abbiano pagato! Vi posso assicurare che le discussioni sono state accese, con la partecipazione del Presidente di Italianaimportazione che non ha risolto quasi nulla. Ah, forse una fattura l'ha spedita.

Dimenticavo: da inizio anno il Forum non è più utilizzabile (come pubblicato sulla loro homepage) per problemi tecnici (?!), mentre le offerte vengono aggiornate senza problemi. Fa riflettere!

Truffa? Non sta a me dirlo, ma consiglio a chi mi legge di aspettare nel fare acquisti presso questo sito: http://www.italianaimportazione.net/catalog/.
Aspettate fino a quando il problema principale non sarà risolto: sono onesti e affidabili? Per il momento no!

Vi tengo aggiornati.

Aggiornamento del 27.01.2009: il sito italianaimportazione è stato sottoposto a sequestro preventivo, come potete vedere qui.

mercoledì 10 dicembre 2008

L’importanza di essere assenti

Titolo ruffiano?

In parte.

Un po’ la mancanza di voglia e un po’ il desiderio di non imbrattare questi muri di superfluo, di quel superfluo che trovo così spesso e ovunque ci sia il capriccio di colpire chi legge.

Quello che colpisce deve essere l’arrosto, non il fumo.

domenica 10 agosto 2008

Tempo di musica

Oramai compaio raramente in questo angolo di tempo. Un po' per mancanza di voglia, un po' per pigrizia e un po' perché mi si è risvegliato prepotentemente il desiderio di ascoltare musica. Cioè, la musica è sempre con me, ma questa volta sto scoprendo nuovi gruppi di quei sottoboschi a me tanto cari. Sto raccogliendo a piene mani dalla moltitudine di gruppi che suonavano alla fine degli anni 60 e all'inizio dei 70, quel suono che solo allora aveva ragion d'essere. Nello specifico: hard rock e heavy blues psych da tutte le parti del mondo. Sto lasciando da parte la psichedelia pura perché non ho ancora l'umore giusto, nonostante abbia provato anche in passato a prestarle orecchio. Comunque è un sound sempre presente in quegli anni, di conseguenza si insinua inconsciamente nei miei ascolti. Escludendo il blues che è stato la spina dorsale sulla quale si è sviluppato il rock, qui siamo comunque alla presenza di idee, suoni e modi di esprimersi che hanno rappresentato la svolta nella scena musicale dei giovani fino ai nostri giorni.

La cosa bella è che non solo sto scovando interi siti dedicati al genere, ma che addirittura offrono download di quasi tutti gli album - già, un tempo si chiamavano così! - in modo da farsi una vera cultura: alcuni sono anche tremendamente rari e costosi, o forse costosi lo erano prima dell'avvento di internet che con le sue migliaia di braccia raggiunge tutto e tutti. Ma su certe cose scommetto che i collezionisti non si lasciano incantare, e quei prezzi rappresentano solo un ostacolo tra loro e il gioiello di turno.

martedì 1 luglio 2008

Leggero e fresco


Questo ultimo periodo è particolarmente fresco; ovviamente non mi riferisco alla temperatura, perché qui a Milano si soffoca.

Sapete, quando vi rendete conto che le cose si muovono verso di voi, con voi e per voi, e vi sentite bene per il semplice fatto di essere in the mood? Una sensazione che è l'espressione - probabilmente - di un certo stato mentale propositivo: più vi protraete in avanti e più le cose accadono.

Qualcuno dice che parlarne potrebbe portare sfortuna? Be', dico io, vorrà dire che il mio periodo è arrivato al capolinea, in attesa di un altro magari ancora più ricco di soddisfazioni.

Tutto qui.

giovedì 24 aprile 2008

Isola silenziosa



Sto trascurando quest’isola. Lo so.
Preferisco il silenzio alla banalità di parole obbligate.

lunedì 17 marzo 2008

Padroni di morte



Il tema portante è l’eterna lotta tra Bene e Male, poliziotti contro trafficanti, uomini contro uomini, anche se taluni lo sono meno di talaltri, soprattutto quando in gioco ci sono vite umane.
L’atmosfera di questo film, che vede protagonisti schierati dalla parte del Bene,
Joaquin Phoenix
, Mark Wahlberg, Robert Duvall ed Eva Mendes, è nostalgica e malinconica, riempita di vecchi colori e scene sfumate che lo rendono particolarmente aderente al periodo in cui si svolgono i fatti: fine anni 80, con le sue musiche pop e la bella vita fatta di festini. Apparentemente.
Le azioni sono caldamente sinuose e mai follemente accelerate, dando la sensazione che poco accada, ma spiazzando le aspettative appena la violenza presenta il conto. Gli intrecci si ribaltano e osserviamo una drastica scelta del simpatico e superficiale protagonista Bobby, che decide finalmente della propria vita. Cambieranno i riferimenti e mai come prima si sentirà braccato e solo, abbandonato ad un destino avaro di gioie e, anzi, ricco di sofferenze. Un cammino attraverso percorsi, fino ad allora sconosciuti, che lo mineranno alla radice, sottraendolo ai lustrini di un certo tipo di vita.
Il finale non risparmia quel poco di buono che poteva rimanere in lui, annientato sotto tutti i punti di vista, restituendolo alla vita un po’ meno innocente di prima.
Si potrebbe tendere dalla parte della sua soluzione, ma - per quanto mi riguarda – diventare ciò che si combatte è esattamente il tipo di situazione che non auspico a nessuno. Voto: 7+.

lunedì 10 marzo 2008

Pacifico



Periodo in cui preferisco non scrivere nulla di ciò che vedo o leggo. È un buon momento, in cui riesco ad apprezzare pienamente ambedue le cose, prendendole con la dovuta leggerezza. Ne sono contento e soddisfatto, senza dover necessariamente esporre ad altri le sensazioni o emozioni che provo. Tornerà anche quel tipo di necessità, ma per il momento godo tutta la pace che respiro.

lunedì 4 febbraio 2008

Umanamente eroe

Immagine di Il buio oltre la siepe
Harper Lee - Il Buio oltre la siepe (1960)

In questo romanzo si viene proiettati in una sorta di salto temporale che riporta indietro nel tempo, a quando non si avevano troppe preoccupazioni per la testa se non quella di come trascorrere l'estate dopo la fine della scuola, quali giochi fare, come comportarci con i grandi, e i piccoli misteri o paure che si annidano dietro ogni angolo buio pronti a saltarci addosso... si ritorna bambini.
L’autrice lo fa dipingendo un quadro a tinte delicate - leggero e incisivo allo stesso tempo -, ma senza dimenticare che accanto alla giovinezza spensierata dei due protagonisti, Scout e Jem, ci sono sempre i chiaroscuri del mondo degli adulti con le proprie regole; e in quelle di questa storia si respira l'intolleranza di un Alabama degli anni 30, fatta di gente dalla pelle bianca in cima alla scala e di gente dalla pelle nera che non può neanche salirne il primo gradino... quello più basso.
Il tema del razzismo e del suo legame con la giustizia viene tratteggiato con tocco lieve, centrando un’atmosfera che suscita riflessione e tristezza senza evocare facili pietismi.

Le varie situazioni vedono i nostri protagonisti affrontare la vita con l’appoggio morale del loro padre, Atticus: avvocato incaricato di difendere un ragazzo di colore accusato di stupro, Uomo prima ancora che genitore, presente quando serve e con la fermezza di sfidare un modo di pensare ottuso anche quando sa che perderà prima ancora di cominciare; con il suo comportamento e i suoi consigli (ci) mostrerà quanto male si annida dietro le ipocrisie e la loro visione distruttiva della vita.
Questo è il coraggio ed egli - ai miei occhi - diventa eroe, umano di un'umanità che emoziona il cuore.

Il titolo inglese originale è ‘To Kill a Mockingbird’ e si riferisce ad un ragazzo, Boo, quasi inesistente fino al finale - o sempre presente in maniera nascosta; si rivelerà cruciale per le sorti della famiglia Finch.
Voto: 9.

mercoledì 30 gennaio 2008

Euronics on line: sconsigliatissimo

Il televisore di mia madre si è rotto. Decido di comprarne uno nuovo e, come spesso capita, la prima occhiata la do ai negozi on line perché offrono maggiore scelta, dati tecnici, prezzi e altre informazioni. Trovo un sito che vende un 29” catodico, caratteristiche interessanti, marca DAEWOO e nero – lo volevo di questo colore: sulla marca decido di soprassedere perché conosco mia madre e una vale l’altra.
Prezzo 292,00 €.

Bene, decido di fare l’ordine e scelgo il sito di EURONICS – un nome conosciutissimo il cui slogan è ‘I grandi negozi d’Europa’, una garanzia mi dico – perché ha il prezzo più basso di tutti e offre la consegna a domicilio tramite corriere al costo di soli(?) 30€.
Nella compilazione del form scelgo consegna in mattinata - perché loro hanno bisogno di saperlo - e faccio l’ordine. Tutto regolare.
So, e l’ho sempre saputo, che il punto debole di questi megastore è il servizio clienti. Decido di testarlo subito scrivendo al famoso
Contattaci per chiedere se la consegna può essere effettuata al piano 3 del palazzo, perché mio padre, anziano, è sulla sedia a rotelle.
La risposta è lapidaria: "
Gentile Cliente, La informiamo che la consegna al piano è prevista per ordini di peso non superiore a15 kg."; il televisone ne pesa 50. Come dire: non ce ne frega niente delle condizioni di tuo padre e… copia e incolla di un sicuro form per queste domande.
La mia prima impressione non è delle migliori.
Il giorno della consegna prendo mezza giornata - la mattina, dato che loro me lo avevano chiesto - di permesso dall’ufficio per arrangiarmi. Alle ore 13:00 ancora nulla. Torno in ufficio - tanto il tempo lo regalano a me! - e dopo un paio d’ore mia madre mi avvisa che hanno consegnato il televisore: ore 15:30.
Seconda impressione: l'affidabilità e gli impegni sono un extra per Euronics. Triste.
Al rientro a casa apro lo scatolone, sollevo 50 Kg, e – mea culpa, lo monto e inizializzo –, nel farlo, mi rendo conto che non è del colore scelto da me ma grigio.
Terza impressione: ma una cazzo di Mail o telefonata per avvisarmi, no eh?!? P
essima gestione del cliente. Magari avrei anche accettato questo colore, ma con i se ci si fanno tante cose tranne quelle che servono.
Spazientito scrivo una mail per chiedere spiegazioni e nel mentre riguardo il sito per vedere il modello corretto: non c’è più il televisore in vendita. Toh, le coincidenze! Hanno aspettato me per toglierlo dal loro sito.
Risposta: “
Gentilissimo Cliente,
La informiamo che deve inviarci il modulo di "difetto di conformità" che trova nella sezione Informazioni alla voce "I tuoi diritti" in fondo alla pagina. Successivamente verrà ricontattato per la sostituzione.


Di scuse – il minimo in questi casi - non se ne parla nemmeno! Pazzesco. Ma credono di avere a che fare con degli esseri lobotomizzati? Magari gli stessi che allevano per rispondere alle problematiche. Non è neanche colpa loro dato che prendono direttive da chi li gestisce, da quelli pagati per mantenere le relazioni con i clienti. Pazzesco due volte!

Si consideri bene che era il primissimo ordine di un loro nuovo cliente.
Quarta impressione: gli piace perdere i clienti evidentemente, e ci sono abituati. Triste, molto triste che la professionalità di un nome così noto non esista.


Mi spiace, ma con me hanno vita breve gli incompetenti che nel giro di un paio di giorni commettono così tanti errori tecnici e di relazioni; umane mi permetto di dire.
Ho risposto piccato con quanto segue:
Buongiorno,
rispondo alla Vostra risposta alla mia problematica.

Sarò onesto: l’errore stesso e la successiva mancanza di scuse - a fronte di un Vostro errore nei confronti del cliente - non mi fa una buona impressione e, anzi, mi fa pensare che per Voi sia normale amministrazione; soprattutto considerando che era il mio primissimo ordine, e sicuramente l’ultimo.

Non ho tempo e pazienza da perdere per un cambio - mio fratello, non sapendo della questione sul colore e fidandosi del nome EURONICS, ha provveduto oramai a montare il televisore; e rifare la stessa cosa per 4 volte, riconsegna compresa, non è affatto divertente -, di conseguenza mi faccio andare bene questo, ma vi informo semplicemente che Vi siete guadagnati, ai miei occhi, una pubblicità negativa che riporterò sul giornale per il quale scrivo, sui siti che gestisco, e nelle valutazioni sui negozi che si possono fare in giro per la rete di Internet. Come Voi mi insegnate: il passaparola è la migliore pubblicità.
E la chiudo qui.

Piccola postilla da tenere in considerazione per clienti presenti e futuri: se in fase di ordine fate scegliere la fascia d'orario per la consegna - nel mio caso la mattina - sarebbe utile rispettarla e non consegnare la merce nell'altra fascia - nel mio caso pomeriggio (consegna ore 15:30). Ho dovuto prendere mezza giornata di permesso dall'ufficio, inutilmente. Per alcuni, il tempo è prezioso.

Senza rancore, auguro a chiunque mi leggerà una buona giornata.

Grazie per l'attenzione.
Alex.


Nessuna risposta da parte loro. Significativo, e molto.

Quello che ho scritto è sotto gli occhi di tutti e ognuno tragga le proprie conclusioni, ma non chiedetemi di consigliarvi EURONICS, mai - almeno quello on line -, perché potrei guardarvi in cagnesco. Io che di acquisti on line ne faccio a valanghe...
Questo intervento è un tentativo di denuncia verso tutti coloro i quali considerano i clienti unicamente come dati anagrafici, non curando minimamente l'aspetto relazione e dimenticando le regole base del rispetto. Sono conscio che sono parole al vento, ma magari qualcuno di voi ci è già passato e alza la testa.

Avrei preferito inserire il link a quello in vendita da Euronics, ma come avete letto, un paio di giorni dopo averlo comprato è sparito. Mah, questa tecnologia imperante.
Il televisore è questo, anzi doveva essere questo: DAEWOO

domenica 20 gennaio 2008

Violenza, Morte e Vita


American Gangster

La presentazione dei due protagonisti arriva a muso duro e lascia subito intendere che la violenza ci farà compagnia nel corso di questa storia e che, come riporta la locandina, si tratta di realtà storica.
Siamo agli inizi degli anni 70 e Frank Lucas (Denzel Washington, freddamente spregiudicato) ha da poco perso il ruolo di autista per un boss del quartiere e comincia a pensare al suo futuro. La sua ascesa lo porterà ad essere uno dei maggiori venditori di droga in New York, con la complicità della polizia e della guerra nel Vietnam.
Questa scalata avviene in modo sotterraneo e totalmente indipendente e passa inosservata davanti agli occhi della Legge, impersonata da Richie Roberts (Russell Crowe, caparbiamente onesto), e che quasi per caso riesce a trovare un aggancio per fermare questo cerchio di potere che sembra allargarsi a macchia d’olio.

La partenza frammentaria e a sbalzi di questo film tiene legata una storia fatta di violenza e di potere, di perseveranza e di onestà, di corruzione e di indagini.
Ci viene mostrata la bella vita di chi questa vita se la compra a spese degli altri e di chi, invece, arranca per sopravvivere nel fiume di male che si annida intorno al proprio mestiere; l’onestà difficilmente paga.
Le mie impressioni sono positive, ma accompagnate da un senso di distacco non indifferente.
Non ho sentito scattare quel click che mi cattura nella dimensione del tempo in cui si svolge la storia. Lo dico perché per altri film sul genere così è stato (vedi Quei bravi ragazzi, C’era una volta in Ameirca) e ne ho colto l’intero fascino.
Qui la violenza si vede – anche se a piccole dosi - più che sentirla e ho preferito il ruolo sporco di Crowe a quello più calibrato di Washington. Voto: 6 ½




Il film narra la vicenda di due malati terminali che decidono di trascorrere l’ultimo periodo in vita facendo quello che hanno sempre desiderato ma mai messo in pratica.
Il primo, Carter, un Morgan Freeman tranquillo, è un meccanico con famiglia, credente e buono; il secondo, Edward, un Jack Nicholson sornione e iroso, è un uomo ricchissimo, divorziato e ateo. Nella stanza dell’ospedale - di proprietà di Edward – cominciano a conoscersi, e quasi per gioco decidono di stilare una lista dei desideri da realizzare prima di arrivare al capolinea. I soldi di Edward saranno la garanzia per poterne esaudire molti.
E che l’avventura abbia inizio.

I due partono per il viaggio alla ricerca dei loro sogni e si scambiano le proprie storie e le proprie filosofie.  Ma sebbene per Carter tutto ciò rappresenti un colmare le esperienze che la vita gli ha sottratto durante gli anni in cui si è occupato della propria famiglia, così non è per Edward, che ci vede solo un divertimento ulteriore a quello che già aveva quando era sposato. A tal proposito si scopre che quest’ultimo ha una figlia che non vede da parecchio tempo.

L’avvicendarsi delle situazioni evidenzierà un cambiamento interiore per uno dei due, rivelato prepotentemente alla fine dell’avventura e che segnerà profondamente la sua vita.

Mi sono commosso per la situazione drammatica dei due uomini e divertito per il loro tentativo di esorcizzarla, scegliendo di morire vivendo piuttosto che il contrario. Mi è piaciuta la coppia di attori messi in campo, due modi di fare che sono agli antipodi ma accomunati da un forte carisma. Mi hanno divertito le frecciate di Nicholson e la cultura stradaiola di Freeman.

Mi ha lasciato un po’ meno soddisfatto il dosaggio calibrato e (quasi) studiato dei momenti comici e di quelli tragici, e soprattutto il quasi scontato happy ending: durante la visione ci si rende conto che il film è costruito per fare breccia mirando direttamente alla facile emozione.

A conti fatti, però, preferisco film di questo stampo, dove si punta alla realizzazione della propria umanità nelle relazioni con se stessi e con gli altri, anche attraverso situazioni scontate, piuttosto che film dove l’unico intento è intrattenere e stupire con azione, effetti speciali e messaggi – neanche tanto nascosti – che mirano alla violenza gratuita e alla disumanizzazione. Voto: 7+


Into the Wild
Voto: Alto perché nessuno numero può avvciniarsi al coraggio del protagonista.

domenica 13 gennaio 2008

Solitario



Solitario di una solitudine che imprigiona il cuore.
Questo è ciò che si respira nell’ennesima trasposizione cinematografica de “I am Legend”, romanzo di Richard Matheson del 1954, entrato nella leggenda a sua volta.
Siamo tra i confini della fantascienza post-apocalittica, dove tutto è stato perso e rimane solo un futuro da costruire. Un futuro, però, difficilmente immaginabile per Robert Neville (Will Smith), che si ritrova unico sopravvissuto umano a doverne costruire le basi. Intorno a lui solo creature, un tempo umane, che a causa di un virus si sono trasformate in una sorta di vampiri notturni, attirati unicamente dal sangue e allergici alla luce del sole. Nonostante questo, il protagonista – uno Smith serio e dai toni trattenuti nonostante il fisico imponente - ha la forza, la convinzione, la speranza, la fede e la fermezza di crederci, isolato in una città deserta resa benissimo dal set e dominante sulla vita di tutti i giorni; in situazioni del genere sono requisiti fondamentali per non lasciarsi andare ad una morte più facile. La vera resistenza messa in campo è quella psicologica, di chi non si arrende e continua a credere di poter cambiare le cose, di chi continua a cercare rapporti umani anche con chi umano non è – i manichini dei negozi ne sono la testimonianza -, per non dimenticare da dove viene e non lasciarsi tentare dalla follia, accompagnato da Sam, cane lupo sopravvissuto al disastro.
Nonostante la grandiosità dell’evento verificatosi, l’approccio agli avvenimenti è intimista, silenzioso, fatto di due o tre momenti che toccano le corde dell’emozione: l’appuntamento giornaliero al porto, Sam, e il messaggio di Bob Marley; ognuno di essi rappresenta un gesto d’amore per il prossimo, per la vita, e per la speranza.
La seconda metà del film, invece, è più fisica e con un finale che sarebbe stato meglio eliminare.
Voto: 7 ½

lunedì 31 dicembre 2007

Follie violente


Travolgente come proiettili, di quelli che squartano un corpo come fosse burro, maledetto come i personaggi che lo abitano e crudele come solo il bene più sfrenato può esserlo, spietato alla Tarantino e dinamico alla Guy Ritchie. Questo è Smokin' Aces, film snobbato per pigrizia e visto per caso, pieno di attori famosi (Ray Liotta, Andy Garcia, Ben Affleck) e meno famosi (Ryan Reynolds, Jason Bateman, Jeremy Piven), compatto e solido come cemento, si presenta agli occhi di chi guarda senza paura di sembrare estremo, puntando il dito proprio al cervello e tirando in ballo il cuore nel finale, breve e coraggioso, che vede tutti perdere e nessuno vincere; forse.

Ricco di parti per tutti i gusti, dalla nazi follia al killer trasformista, dal dovere di chi protegge alla stranezza di chi vive isolato e abbandonato, dal lucido direttore delle operazioni al dolore di chi perde tutto, da chi è in cima al mondo e si ritrova praticamente nel nulla. Questa è una corsa a chi arriva primo nel compiere la propria azione, per cosa? Per un maledettissimo e dannatissimo modo di acquisire informazioni che determinerà l'autostrada di morti che ci viene regalata, alimenterà la tensione per stabilire un vincitore, e stuzzicherà la voglia di capire perché tutto questo è dovuto succedere. Alla fine ognuno di noi trarrà le proprie conclusioni per capire da che parte sta il bene. Voto: 7 ½

Leoni per Agnelli


3 storie apparentemente separate e brevi ci offrono uno sguardo spassionato sulle insidie di politica e guerra. Spassionato perché la scelta di capire se il male sia intrinsecamente legato a questi mondi viene raccolta nello sviluppo degli eventi e mostrata ai nostri occhi da Redford, senza intento di far pendere l'ago della bilancia da una parte piuttosto che da un’altra. Quello che mi sembra chiaro, però, è che nessuna azione può essere slegata dal tutto anche quando crediamo il contrario. Il confronto tra la giornalista interpretata da Meryl Streep e il giovane Senatore Jasper Irving (un convincente Tom Cruise) ci mostra un tavolo dove il gioco è basato su strategie verbali e mosse politiche per convincere il popolo della necessità di certe scelte, sottili ed efficaci, proprio mentre sul campo viene giocata la vera partita, cruda e senza mezze misure, figlia di quelle decisioni prese con un accattivante sorriso. La consapevolezza della giornalista offre spunti da tenere in considerazione, così come la domanda che nasce tra i due giovani seduti sul divano nella scena finale. Voto: 6 ½

mercoledì 12 dicembre 2007

Librando




Schegge di libri feriscono il petto con delicata grazia.

  Pensieri d'umanità affamati scuotono dell'albero le radici.

                                                   Sollevato dal vento i miei occhi ho incontrato.

Insomma... mi piace leggere con anima e mente tra percorsi ad ostacoli.

domenica 25 novembre 2007

Una stanza per ricominciare



Mike Enslin (interpretato dal sempre ottimo John Cusack) è uno scrittore che si diverte a smascherare le cosiddette presenze soprannaturali. Si presenta nelle località dove la leggenda vede qualche fantasma, spirito o entità di qualsiasi natura, e sistematicamente ne sviscera l’inconsistenza. Questo è quello che fa per campare, una sorta di gioco col destino a chi dice l’ultima parola.
Un’anonima cartolina con un messaggio a proposito di un numero di stanza d’albergo, la 1408 (che, per inciso, fa 13), gli stuzzica la curiosità e decide di provare anche questo passatempo nonostante l’incontro con il direttore (Samuel L.Jackson) sia teso a scoraggiarne l’esperimento.
Ha inizio l’incubo concentrato in una semplice ora scandita da sessanta interminabili minuti.

Seppur il rivelatore incontro tra direttore e scrittore, - qui un plauso ai doppiatori che rendono bene il carisma del primo contrapposto al cinismo del secondo -, faccia presagire pathos tra le parti, il film è incentrato interamente sul protagonista, aiutato dal senso claustrofobico dei muri di una stanza d’albergo; sempre che di muri si possa parlare.
Lo scetticismo di Mike viene minato da una serie di piccole irrealtà che cominciano a far slittare le sue certezze verso un livello al quale non è abituato. La stanza si impossessa sempre più della sua vita, svuotandolo di se stesso e riempiendolo di se stessa, e ne ribalta le prospettive.
Ci si trova di fronte ad un uomo smarrito in lotta con i suoi dolori e le sue paure nascoste in fondo all’animo, mai domate e con le quali dover trovar un modo per convivere, rappresentate dalle allucinazioni che lo violentano fino alla fine; una fine indissolubilmente legata al suo passato.
Le tematiche predominanti di Stephen King, dal quale è tratto il soggetto, ci vengono mostrate in tutte le loro sfaccettature; la loro rappresentazione è, appunto, una rappresentazione per chi non fosse in grado di coglierne l’essenza.
Il finale ci restituisce l’incubo trasformato in sogno, anche se il mini-registratore la pensa diversamente.      Voto: 6½


domenica 18 novembre 2007

Dell’Eroe e delle sue battaglie



Prima impressione: Ma che razza di film sto guardando? Questi sembrano attori, ma non lo sono, e allora perché non ci hanno messi quelli veri?!
Bene... date sfogo alla prima impressione (probabilmente durerà per la prima mezz'ora), lasciatela sbollire, e infine uccidetela. Accadrà in modo naturale, senza traumi, alle prime tracce delle tematiche fantastiche; sempre che questo tipo di storie sia nelle vostre corde: per tutti gli altri, consiglio di astenersi piuttosto che vantarsi di dire: "Io l'ho visto e mi fa schifo", anche se comprendo che rinunciare a questo vezzo sia una difficile prova per alcuni.
Il film è girato con la tecnica del performance capture (supportata dalla tecnologia Digitale 3D (Attiva): un solo proiettore digitale che alterna le immagini per l'occhio destro e per l'occhio sinistro così rapidamente, 144 volte al secondo, che il cervello umano non ne percepisce la successione) già vista, sempre dallo stesso regista
R.Zemeckis, in Polar Express.
Gli attori ci sono, ma non si vedono: vengono applicati una miriade di sensori a volti e corpi degli interpreti, attraverso delle tutine aderenti in licra, così che le performance attoriali possano essere "catturate" e inserite in un computer. E da qui lavorate per una nuova forma espressiva, con la sensazione di un prodotto d'animazione ma con protagonisti umani. Si avrà modo di apprezzare pienamente questa mirabile tecnica, non me ne vogliano le donne, nella scena di nudo integrale della bella Angelina Jolie.

Tralasciando la tecnica, affascinante per molti e fastidiosa per molti altri, dedichiamoci alla trama. Non è facile riassumere questo Beowulf, non tanto per gli eventi, ma perché ispirato da uno dei poemi epici più antichi fra quelli sopravvissuti in lingua inglese arcaica, generalmente datato intorno all'anno 1000. Rif. Wikipedia: "Si trattava quasi certamente di un'opera tramandata oralmente (lo testimonierebbero anche alcuni elementi strutturali dell'opera, come la presenza di una sorta di "riassunto degli avvenimenti precedenti" ad aprire alcune sezioni chiave, a intervalli regolari). È anche generalmente accettata l'idea che l'opera originale fosse composta da un poeta pagano; i riferimenti al cristianesimo presenti nel poema appaiono in effetti (in alcuni versi in modo chiarissimo) rimaneggiamenti posteriori, forse introdotti dagli stessi copisti.".
Questo solo per chiarire che siamo di fronte, sì, ad un prodotto commerciale, ma che ha radici così profonde che non basta l'eventuale cattivo risultato su schermo per annullarne la forza e le peculiarità che lo contraddistinguono come iniziatore di quel mondo fantastico che continua fino ai nostri giorni e alimenta le fantasie di molti. Se siete interessati vi consiglio di documentarvi perché è spunto di grosse soddisfazioni: si basti pensare che Beowulf è il primo esempio epico completamente basato sulla battaglia fra l'eroe e il mostro, antenato di tutti gli eroi successivi, da Conan a Superman, fino all'Incredibile Hulk.

L'eroe,  di una tribù germanica della Svezia, c'è e lo si nota appena compare, anche se il suo essere eroe è sfacciato, incaricato dal Re danese Hrothgar (Anthony Hopkins) di combattere il Grendel, una creatura gigantesca e sanguinaria che sta mietendo vittime nella reggia. Beowulf accetta l'incarico e nel combattimento riesce a staccare un braccio alla bestia che, a causa di ciò, scappa per morire tra le braccia della madre, una sensuale Jolie che chiede in cambio un patto al nostro protagonista, che accetterà unicamente per la gloria dichiarando alla sua gente il falso.
Hrothgar dichiara Beowulf suo successore e inspiegabilmente si uccide. Le ragioni del gesto ci verranno mostrate nel corso dei successivi eventi mettendo il nuovo Re di fronte ad una battaglia più dura delle altre. La ruota continua a girare e nel frattempo il Re è maturato.

A questo punto, temo il mio giudizio sia alterato dal mondo che ruota intorno al semplice film per riuscire a darne uno obiettivo. Siamo di fronte all'evocazione del passato attraverso forze tecnologiche tendenti al videogioco. A me è piaciuto, questo è quanto.
Mi sarebbe comunque piaciuto vederne una versione classica (stavo dicendo reale, ma gli attori lo sono, eccome) e vederne l'effetto finale, maestoso sicuramente. Voto: 7.

venerdì 9 novembre 2007

Like a Rolling Stone


The Bourne ultimatum

Adrenalinico.
Questo è il senso che si prova assistendo alle vicende di Jason Bourne nell’ultimo film con
Matt Damon
. Dall’inizio alla fine si viene proiettati in una vorticosa serie di eventi che inchiodano l’osservatore e non gli danno tregua. I tasselli cominciano ad incastrarsi e la verità si muove sinuosa cambiando pelle fino all’epilogo, drammatico nel suo sviluppo, che ridarà al nostro protagonista la vita che negli episodi precedenti gli era stata sottratta.
Damon è bravo, in grado di dare credibilità ad un personaggio che nelle mani di altri attori avrebbe potuto diventare una sorta di schiacciasassi solo muscoli. Le poche espressioni che ci regala sono dovute certamente alla trama esplosiva e senza tregua più che alle sue indiscusse capacità: una pietra rotolante granitica, con stile. Punta all’obiettivo e scavalca ogni ostacolo pur di arrivarci dimostrando di essere un vero professionista nel suo mestiere.
Questo aiuta anche a far perdonare qualche eccesso regalato alle scene di inseguimenti tra auto, a volte imbarazzanti, ma che contribuiscono a stupire.
Nonostante l’indiscusso leader sia Bourne, risulta essere un film corale che mette
in bella mostra anche gli altri comprimari. Basta con le parole, sediamoci e lasciamoci travolgere.

Si conclude con questo episodio la saga ispirata dalla trilogia di romanzi di Robert Ludlum che lessi parecchi anni fa. Ne ho un ricordo forte e restano ancora scolpite nella mia immaginazione molte scene e molti intrecci spettacolari. Questi ultimi in grado di far riflettere su come i servizi segreti abbiano il potere di decidere il destino di molti, se non di tutti.
Un sentimento che si presenta più vivo dedicandosi alla lettura delle pagine scritte piuttosto che alla visione dei film: esigenze di mercato? Voto: 7 ½.


mercoledì 31 ottobre 2007

Dannatamente evocativo



In questa poesia... non una parola è di troppo.

domenica 28 ottobre 2007

Solo contro tutti...


Quel treno per Yuma

I western non mi hanno mai incantato e per questa ragione le mie aspettative sul film erano basse. Aggiungendoci, inoltre, che è un remake di un film del 1957 con Glenn Ford e che non ho visto, la mia indifferenza la faceva da padrona.
La trama, anche quella, è abbastanza banale: il fuorilegge di turno Ben Wade, qui interpretato da un carismatico Russell Crowe, viene acciuffato e deve essere scortato verso una destinazione che lo porterà nelle fredde braccia della giustizia. Uno dei personaggi che avrà questo compito è Dan Evans, interpretato da un Christian Bale ombroso e smagrito (seppur inavvicinabile alla cadaverica prestazione de ‘L’uomo senza sonno’), umile contadino che si presta al ruolo di carceriere per tentare di guadagnare denaro per mantenere la famiglia oramai al limite della sopportazione. Durante il viaggio ci saranno situazioni da affrontare perché gli amici fuorilegge tenteranno di salvare il loro capo, ovviamente.

Fin dalle prime scene mi girava attorno un senso di piacere in quel che vedevo da farmi dubitare che stessi vedendo un western; certo, costumi e ambientazione mi dicevano quello, ma andando oltre emerge un film costruito sul legame dei due protagonisti che se ne infischia dei contorni e focalizza l’attenzione sul cambiamento di prospettive che si verificano nel corso del viaggio. La rettitudine morale di Dan tende a schierare le simpatie dello spettatore verso di lui, ma quando il gioco si fa duro e anche Ben dimostra di avere una personalità che gli permette di capire quando se ne ha di fronte un’altra e dimostrare di essere onesto a sua volta, senza cadere in banalizzazioni, allora si accusa il colpo e ci si lascia guidare fino alla meta. Una meta nettamente meno importante del viaggio in se stesso, ricco di stravolgimenti emotivi e lastricato di situazioni nelle quali mettere alla prova la determinazione dello scopo ultimo.
Fino in fondo, il nostro Dan, ci crederà e resterà l’unico, solo contro tutti. L’unico in grado di trasformare il cuore di Ben, dando vita ad una forma di rispetto che finirà per cambiarlo, irrimediabilmente. In questo, il finale ha la sua vera ragion d’essere.
Insomma, un western che mi è piaciuto. Voto: 7.


mercoledì 24 ottobre 2007

E allora?



E allora... e allora ho poca voglia di scrivere; pochi stimoli anche se, ultimamente, qualcosa è successo che avrebbe il potere di alimentare le parole.
Aspetto il vento...


sabato 6 ottobre 2007

Musica e follia


Reign over me

Quasi controvoglia ho optato per questo film; il titolo non mi diceva molto se non un rimando ad un brano intensamente evocativo degli Who.
Pensando di annoiarmi ho iniziato a vedere questa pellicola senza troppe pretese. Il film si muove lentamente attorno ai protagonisti principali Alan e Charlie, interpretati rispettivamente da Don Cheadle e Adam Sandler (appena visto in Io vi dichiaro marito e... marito, commedia non troppo brillante) e lascia intravedere un senso di dramma. E, infatti, tale è la situazione in cui vive inconsciamente Charlie, oramai isolato dalla vita da cause che impareremo a conoscere attraverso Alan. Incontratisi per caso dopo molti anni, i due cominciano a frequentarsi; sarebbe meglio dire che Alan intuisce le difficoltà di un vecchio amico al quale decide di stare accanto e anche, forse, per staccarsi da una vita matrimoniale un po’ stretta.
Circolando per le strade di Manhattan – accompagnati da un simpatico monopattino a motore - verremo immersi in quello che risulta essere una perdita di attaccamento alla realtà in seguito all’evento americano più devastante degli ultimi anni: l’11 settembre, la cui ombra continua a distorcere ricordi e affetti negli occhi di Charlie che, per dimenticare la moglie e le tre figlie strappatigli via in quel funesto giorno, si abbandona ad un mondo fatto di musica e videogiochi, lontano da tutti, ricco di una ricchezza improvvisa a compensazione delle morti subite.
Assistiamo ad un sentimento di incondizionato affetto nei confronti di un altro essere umano, svuotato da ogni forma di egoismo e pregiudizio, ma ricco di sfumature sulle quali riflettere.
Ci si scordi l’azione, la suspense, gli effetti speciali o altre diavolerie e si osservino unicamente gli aspetti della vita che possono investire chiunque di noi, piangendo il dolore e abbracciando l’amicizia, pensando all’amore come sentimento da esaltare in tutte le sue forme e dimensioni.
Una altro merito del film, per quanto mi riguarda, è aver inserito la musica come colonna portante di tutti i momenti; una musica non presente in quanto suonata, ma come concetto, in grado di isolare e di unire allo stesso tempo, di risvegliare ricordi che mi hanno riportato a vent’anni fa, quando mi infiammavo per Springsteen. Pochi accenni e alcuni secondi di un album storico come The River hanno immalinconito questo mio cuore rock.
Invito ad ascoltare anche il brano finale che da il titolo al film: un tributo particolare suonato dai Pearl Jam con grande personalità, merito soprattutto della bellezza dell’originale.
Voto: 6 ½