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lunedì 17 marzo 2008

Padroni di morte



Il tema portante è l’eterna lotta tra Bene e Male, poliziotti contro trafficanti, uomini contro uomini, anche se taluni lo sono meno di talaltri, soprattutto quando in gioco ci sono vite umane.
L’atmosfera di questo film, che vede protagonisti schierati dalla parte del Bene,
Joaquin Phoenix
, Mark Wahlberg, Robert Duvall ed Eva Mendes, è nostalgica e malinconica, riempita di vecchi colori e scene sfumate che lo rendono particolarmente aderente al periodo in cui si svolgono i fatti: fine anni 80, con le sue musiche pop e la bella vita fatta di festini. Apparentemente.
Le azioni sono caldamente sinuose e mai follemente accelerate, dando la sensazione che poco accada, ma spiazzando le aspettative appena la violenza presenta il conto. Gli intrecci si ribaltano e osserviamo una drastica scelta del simpatico e superficiale protagonista Bobby, che decide finalmente della propria vita. Cambieranno i riferimenti e mai come prima si sentirà braccato e solo, abbandonato ad un destino avaro di gioie e, anzi, ricco di sofferenze. Un cammino attraverso percorsi, fino ad allora sconosciuti, che lo mineranno alla radice, sottraendolo ai lustrini di un certo tipo di vita.
Il finale non risparmia quel poco di buono che poteva rimanere in lui, annientato sotto tutti i punti di vista, restituendolo alla vita un po’ meno innocente di prima.
Si potrebbe tendere dalla parte della sua soluzione, ma - per quanto mi riguarda – diventare ciò che si combatte è esattamente il tipo di situazione che non auspico a nessuno. Voto: 7+.

domenica 20 gennaio 2008

Violenza, Morte e Vita


American Gangster

La presentazione dei due protagonisti arriva a muso duro e lascia subito intendere che la violenza ci farà compagnia nel corso di questa storia e che, come riporta la locandina, si tratta di realtà storica.
Siamo agli inizi degli anni 70 e Frank Lucas (Denzel Washington, freddamente spregiudicato) ha da poco perso il ruolo di autista per un boss del quartiere e comincia a pensare al suo futuro. La sua ascesa lo porterà ad essere uno dei maggiori venditori di droga in New York, con la complicità della polizia e della guerra nel Vietnam.
Questa scalata avviene in modo sotterraneo e totalmente indipendente e passa inosservata davanti agli occhi della Legge, impersonata da Richie Roberts (Russell Crowe, caparbiamente onesto), e che quasi per caso riesce a trovare un aggancio per fermare questo cerchio di potere che sembra allargarsi a macchia d’olio.

La partenza frammentaria e a sbalzi di questo film tiene legata una storia fatta di violenza e di potere, di perseveranza e di onestà, di corruzione e di indagini.
Ci viene mostrata la bella vita di chi questa vita se la compra a spese degli altri e di chi, invece, arranca per sopravvivere nel fiume di male che si annida intorno al proprio mestiere; l’onestà difficilmente paga.
Le mie impressioni sono positive, ma accompagnate da un senso di distacco non indifferente.
Non ho sentito scattare quel click che mi cattura nella dimensione del tempo in cui si svolge la storia. Lo dico perché per altri film sul genere così è stato (vedi Quei bravi ragazzi, C’era una volta in Ameirca) e ne ho colto l’intero fascino.
Qui la violenza si vede – anche se a piccole dosi - più che sentirla e ho preferito il ruolo sporco di Crowe a quello più calibrato di Washington. Voto: 6 ½




Il film narra la vicenda di due malati terminali che decidono di trascorrere l’ultimo periodo in vita facendo quello che hanno sempre desiderato ma mai messo in pratica.
Il primo, Carter, un Morgan Freeman tranquillo, è un meccanico con famiglia, credente e buono; il secondo, Edward, un Jack Nicholson sornione e iroso, è un uomo ricchissimo, divorziato e ateo. Nella stanza dell’ospedale - di proprietà di Edward – cominciano a conoscersi, e quasi per gioco decidono di stilare una lista dei desideri da realizzare prima di arrivare al capolinea. I soldi di Edward saranno la garanzia per poterne esaudire molti.
E che l’avventura abbia inizio.

I due partono per il viaggio alla ricerca dei loro sogni e si scambiano le proprie storie e le proprie filosofie.  Ma sebbene per Carter tutto ciò rappresenti un colmare le esperienze che la vita gli ha sottratto durante gli anni in cui si è occupato della propria famiglia, così non è per Edward, che ci vede solo un divertimento ulteriore a quello che già aveva quando era sposato. A tal proposito si scopre che quest’ultimo ha una figlia che non vede da parecchio tempo.

L’avvicendarsi delle situazioni evidenzierà un cambiamento interiore per uno dei due, rivelato prepotentemente alla fine dell’avventura e che segnerà profondamente la sua vita.

Mi sono commosso per la situazione drammatica dei due uomini e divertito per il loro tentativo di esorcizzarla, scegliendo di morire vivendo piuttosto che il contrario. Mi è piaciuta la coppia di attori messi in campo, due modi di fare che sono agli antipodi ma accomunati da un forte carisma. Mi hanno divertito le frecciate di Nicholson e la cultura stradaiola di Freeman.

Mi ha lasciato un po’ meno soddisfatto il dosaggio calibrato e (quasi) studiato dei momenti comici e di quelli tragici, e soprattutto il quasi scontato happy ending: durante la visione ci si rende conto che il film è costruito per fare breccia mirando direttamente alla facile emozione.

A conti fatti, però, preferisco film di questo stampo, dove si punta alla realizzazione della propria umanità nelle relazioni con se stessi e con gli altri, anche attraverso situazioni scontate, piuttosto che film dove l’unico intento è intrattenere e stupire con azione, effetti speciali e messaggi – neanche tanto nascosti – che mirano alla violenza gratuita e alla disumanizzazione. Voto: 7+


Into the Wild
Voto: Alto perché nessuno numero può avvciniarsi al coraggio del protagonista.

domenica 13 gennaio 2008

Solitario



Solitario di una solitudine che imprigiona il cuore.
Questo è ciò che si respira nell’ennesima trasposizione cinematografica de “I am Legend”, romanzo di Richard Matheson del 1954, entrato nella leggenda a sua volta.
Siamo tra i confini della fantascienza post-apocalittica, dove tutto è stato perso e rimane solo un futuro da costruire. Un futuro, però, difficilmente immaginabile per Robert Neville (Will Smith), che si ritrova unico sopravvissuto umano a doverne costruire le basi. Intorno a lui solo creature, un tempo umane, che a causa di un virus si sono trasformate in una sorta di vampiri notturni, attirati unicamente dal sangue e allergici alla luce del sole. Nonostante questo, il protagonista – uno Smith serio e dai toni trattenuti nonostante il fisico imponente - ha la forza, la convinzione, la speranza, la fede e la fermezza di crederci, isolato in una città deserta resa benissimo dal set e dominante sulla vita di tutti i giorni; in situazioni del genere sono requisiti fondamentali per non lasciarsi andare ad una morte più facile. La vera resistenza messa in campo è quella psicologica, di chi non si arrende e continua a credere di poter cambiare le cose, di chi continua a cercare rapporti umani anche con chi umano non è – i manichini dei negozi ne sono la testimonianza -, per non dimenticare da dove viene e non lasciarsi tentare dalla follia, accompagnato da Sam, cane lupo sopravvissuto al disastro.
Nonostante la grandiosità dell’evento verificatosi, l’approccio agli avvenimenti è intimista, silenzioso, fatto di due o tre momenti che toccano le corde dell’emozione: l’appuntamento giornaliero al porto, Sam, e il messaggio di Bob Marley; ognuno di essi rappresenta un gesto d’amore per il prossimo, per la vita, e per la speranza.
La seconda metà del film, invece, è più fisica e con un finale che sarebbe stato meglio eliminare.
Voto: 7 ½

lunedì 31 dicembre 2007

Follie violente


Travolgente come proiettili, di quelli che squartano un corpo come fosse burro, maledetto come i personaggi che lo abitano e crudele come solo il bene più sfrenato può esserlo, spietato alla Tarantino e dinamico alla Guy Ritchie. Questo è Smokin' Aces, film snobbato per pigrizia e visto per caso, pieno di attori famosi (Ray Liotta, Andy Garcia, Ben Affleck) e meno famosi (Ryan Reynolds, Jason Bateman, Jeremy Piven), compatto e solido come cemento, si presenta agli occhi di chi guarda senza paura di sembrare estremo, puntando il dito proprio al cervello e tirando in ballo il cuore nel finale, breve e coraggioso, che vede tutti perdere e nessuno vincere; forse.

Ricco di parti per tutti i gusti, dalla nazi follia al killer trasformista, dal dovere di chi protegge alla stranezza di chi vive isolato e abbandonato, dal lucido direttore delle operazioni al dolore di chi perde tutto, da chi è in cima al mondo e si ritrova praticamente nel nulla. Questa è una corsa a chi arriva primo nel compiere la propria azione, per cosa? Per un maledettissimo e dannatissimo modo di acquisire informazioni che determinerà l'autostrada di morti che ci viene regalata, alimenterà la tensione per stabilire un vincitore, e stuzzicherà la voglia di capire perché tutto questo è dovuto succedere. Alla fine ognuno di noi trarrà le proprie conclusioni per capire da che parte sta il bene. Voto: 7 ½

Leoni per Agnelli


3 storie apparentemente separate e brevi ci offrono uno sguardo spassionato sulle insidie di politica e guerra. Spassionato perché la scelta di capire se il male sia intrinsecamente legato a questi mondi viene raccolta nello sviluppo degli eventi e mostrata ai nostri occhi da Redford, senza intento di far pendere l'ago della bilancia da una parte piuttosto che da un’altra. Quello che mi sembra chiaro, però, è che nessuna azione può essere slegata dal tutto anche quando crediamo il contrario. Il confronto tra la giornalista interpretata da Meryl Streep e il giovane Senatore Jasper Irving (un convincente Tom Cruise) ci mostra un tavolo dove il gioco è basato su strategie verbali e mosse politiche per convincere il popolo della necessità di certe scelte, sottili ed efficaci, proprio mentre sul campo viene giocata la vera partita, cruda e senza mezze misure, figlia di quelle decisioni prese con un accattivante sorriso. La consapevolezza della giornalista offre spunti da tenere in considerazione, così come la domanda che nasce tra i due giovani seduti sul divano nella scena finale. Voto: 6 ½

domenica 25 novembre 2007

Una stanza per ricominciare



Mike Enslin (interpretato dal sempre ottimo John Cusack) è uno scrittore che si diverte a smascherare le cosiddette presenze soprannaturali. Si presenta nelle località dove la leggenda vede qualche fantasma, spirito o entità di qualsiasi natura, e sistematicamente ne sviscera l’inconsistenza. Questo è quello che fa per campare, una sorta di gioco col destino a chi dice l’ultima parola.
Un’anonima cartolina con un messaggio a proposito di un numero di stanza d’albergo, la 1408 (che, per inciso, fa 13), gli stuzzica la curiosità e decide di provare anche questo passatempo nonostante l’incontro con il direttore (Samuel L.Jackson) sia teso a scoraggiarne l’esperimento.
Ha inizio l’incubo concentrato in una semplice ora scandita da sessanta interminabili minuti.

Seppur il rivelatore incontro tra direttore e scrittore, - qui un plauso ai doppiatori che rendono bene il carisma del primo contrapposto al cinismo del secondo -, faccia presagire pathos tra le parti, il film è incentrato interamente sul protagonista, aiutato dal senso claustrofobico dei muri di una stanza d’albergo; sempre che di muri si possa parlare.
Lo scetticismo di Mike viene minato da una serie di piccole irrealtà che cominciano a far slittare le sue certezze verso un livello al quale non è abituato. La stanza si impossessa sempre più della sua vita, svuotandolo di se stesso e riempiendolo di se stessa, e ne ribalta le prospettive.
Ci si trova di fronte ad un uomo smarrito in lotta con i suoi dolori e le sue paure nascoste in fondo all’animo, mai domate e con le quali dover trovar un modo per convivere, rappresentate dalle allucinazioni che lo violentano fino alla fine; una fine indissolubilmente legata al suo passato.
Le tematiche predominanti di Stephen King, dal quale è tratto il soggetto, ci vengono mostrate in tutte le loro sfaccettature; la loro rappresentazione è, appunto, una rappresentazione per chi non fosse in grado di coglierne l’essenza.
Il finale ci restituisce l’incubo trasformato in sogno, anche se il mini-registratore la pensa diversamente.      Voto: 6½


domenica 18 novembre 2007

Dell’Eroe e delle sue battaglie



Prima impressione: Ma che razza di film sto guardando? Questi sembrano attori, ma non lo sono, e allora perché non ci hanno messi quelli veri?!
Bene... date sfogo alla prima impressione (probabilmente durerà per la prima mezz'ora), lasciatela sbollire, e infine uccidetela. Accadrà in modo naturale, senza traumi, alle prime tracce delle tematiche fantastiche; sempre che questo tipo di storie sia nelle vostre corde: per tutti gli altri, consiglio di astenersi piuttosto che vantarsi di dire: "Io l'ho visto e mi fa schifo", anche se comprendo che rinunciare a questo vezzo sia una difficile prova per alcuni.
Il film è girato con la tecnica del performance capture (supportata dalla tecnologia Digitale 3D (Attiva): un solo proiettore digitale che alterna le immagini per l'occhio destro e per l'occhio sinistro così rapidamente, 144 volte al secondo, che il cervello umano non ne percepisce la successione) già vista, sempre dallo stesso regista
R.Zemeckis, in Polar Express.
Gli attori ci sono, ma non si vedono: vengono applicati una miriade di sensori a volti e corpi degli interpreti, attraverso delle tutine aderenti in licra, così che le performance attoriali possano essere "catturate" e inserite in un computer. E da qui lavorate per una nuova forma espressiva, con la sensazione di un prodotto d'animazione ma con protagonisti umani. Si avrà modo di apprezzare pienamente questa mirabile tecnica, non me ne vogliano le donne, nella scena di nudo integrale della bella Angelina Jolie.

Tralasciando la tecnica, affascinante per molti e fastidiosa per molti altri, dedichiamoci alla trama. Non è facile riassumere questo Beowulf, non tanto per gli eventi, ma perché ispirato da uno dei poemi epici più antichi fra quelli sopravvissuti in lingua inglese arcaica, generalmente datato intorno all'anno 1000. Rif. Wikipedia: "Si trattava quasi certamente di un'opera tramandata oralmente (lo testimonierebbero anche alcuni elementi strutturali dell'opera, come la presenza di una sorta di "riassunto degli avvenimenti precedenti" ad aprire alcune sezioni chiave, a intervalli regolari). È anche generalmente accettata l'idea che l'opera originale fosse composta da un poeta pagano; i riferimenti al cristianesimo presenti nel poema appaiono in effetti (in alcuni versi in modo chiarissimo) rimaneggiamenti posteriori, forse introdotti dagli stessi copisti.".
Questo solo per chiarire che siamo di fronte, sì, ad un prodotto commerciale, ma che ha radici così profonde che non basta l'eventuale cattivo risultato su schermo per annullarne la forza e le peculiarità che lo contraddistinguono come iniziatore di quel mondo fantastico che continua fino ai nostri giorni e alimenta le fantasie di molti. Se siete interessati vi consiglio di documentarvi perché è spunto di grosse soddisfazioni: si basti pensare che Beowulf è il primo esempio epico completamente basato sulla battaglia fra l'eroe e il mostro, antenato di tutti gli eroi successivi, da Conan a Superman, fino all'Incredibile Hulk.

L'eroe,  di una tribù germanica della Svezia, c'è e lo si nota appena compare, anche se il suo essere eroe è sfacciato, incaricato dal Re danese Hrothgar (Anthony Hopkins) di combattere il Grendel, una creatura gigantesca e sanguinaria che sta mietendo vittime nella reggia. Beowulf accetta l'incarico e nel combattimento riesce a staccare un braccio alla bestia che, a causa di ciò, scappa per morire tra le braccia della madre, una sensuale Jolie che chiede in cambio un patto al nostro protagonista, che accetterà unicamente per la gloria dichiarando alla sua gente il falso.
Hrothgar dichiara Beowulf suo successore e inspiegabilmente si uccide. Le ragioni del gesto ci verranno mostrate nel corso dei successivi eventi mettendo il nuovo Re di fronte ad una battaglia più dura delle altre. La ruota continua a girare e nel frattempo il Re è maturato.

A questo punto, temo il mio giudizio sia alterato dal mondo che ruota intorno al semplice film per riuscire a darne uno obiettivo. Siamo di fronte all'evocazione del passato attraverso forze tecnologiche tendenti al videogioco. A me è piaciuto, questo è quanto.
Mi sarebbe comunque piaciuto vederne una versione classica (stavo dicendo reale, ma gli attori lo sono, eccome) e vederne l'effetto finale, maestoso sicuramente. Voto: 7.

venerdì 9 novembre 2007

Like a Rolling Stone


The Bourne ultimatum

Adrenalinico.
Questo è il senso che si prova assistendo alle vicende di Jason Bourne nell’ultimo film con
Matt Damon
. Dall’inizio alla fine si viene proiettati in una vorticosa serie di eventi che inchiodano l’osservatore e non gli danno tregua. I tasselli cominciano ad incastrarsi e la verità si muove sinuosa cambiando pelle fino all’epilogo, drammatico nel suo sviluppo, che ridarà al nostro protagonista la vita che negli episodi precedenti gli era stata sottratta.
Damon è bravo, in grado di dare credibilità ad un personaggio che nelle mani di altri attori avrebbe potuto diventare una sorta di schiacciasassi solo muscoli. Le poche espressioni che ci regala sono dovute certamente alla trama esplosiva e senza tregua più che alle sue indiscusse capacità: una pietra rotolante granitica, con stile. Punta all’obiettivo e scavalca ogni ostacolo pur di arrivarci dimostrando di essere un vero professionista nel suo mestiere.
Questo aiuta anche a far perdonare qualche eccesso regalato alle scene di inseguimenti tra auto, a volte imbarazzanti, ma che contribuiscono a stupire.
Nonostante l’indiscusso leader sia Bourne, risulta essere un film corale che mette
in bella mostra anche gli altri comprimari. Basta con le parole, sediamoci e lasciamoci travolgere.

Si conclude con questo episodio la saga ispirata dalla trilogia di romanzi di Robert Ludlum che lessi parecchi anni fa. Ne ho un ricordo forte e restano ancora scolpite nella mia immaginazione molte scene e molti intrecci spettacolari. Questi ultimi in grado di far riflettere su come i servizi segreti abbiano il potere di decidere il destino di molti, se non di tutti.
Un sentimento che si presenta più vivo dedicandosi alla lettura delle pagine scritte piuttosto che alla visione dei film: esigenze di mercato? Voto: 7 ½.


domenica 28 ottobre 2007

Solo contro tutti...


Quel treno per Yuma

I western non mi hanno mai incantato e per questa ragione le mie aspettative sul film erano basse. Aggiungendoci, inoltre, che è un remake di un film del 1957 con Glenn Ford e che non ho visto, la mia indifferenza la faceva da padrona.
La trama, anche quella, è abbastanza banale: il fuorilegge di turno Ben Wade, qui interpretato da un carismatico Russell Crowe, viene acciuffato e deve essere scortato verso una destinazione che lo porterà nelle fredde braccia della giustizia. Uno dei personaggi che avrà questo compito è Dan Evans, interpretato da un Christian Bale ombroso e smagrito (seppur inavvicinabile alla cadaverica prestazione de ‘L’uomo senza sonno’), umile contadino che si presta al ruolo di carceriere per tentare di guadagnare denaro per mantenere la famiglia oramai al limite della sopportazione. Durante il viaggio ci saranno situazioni da affrontare perché gli amici fuorilegge tenteranno di salvare il loro capo, ovviamente.

Fin dalle prime scene mi girava attorno un senso di piacere in quel che vedevo da farmi dubitare che stessi vedendo un western; certo, costumi e ambientazione mi dicevano quello, ma andando oltre emerge un film costruito sul legame dei due protagonisti che se ne infischia dei contorni e focalizza l’attenzione sul cambiamento di prospettive che si verificano nel corso del viaggio. La rettitudine morale di Dan tende a schierare le simpatie dello spettatore verso di lui, ma quando il gioco si fa duro e anche Ben dimostra di avere una personalità che gli permette di capire quando se ne ha di fronte un’altra e dimostrare di essere onesto a sua volta, senza cadere in banalizzazioni, allora si accusa il colpo e ci si lascia guidare fino alla meta. Una meta nettamente meno importante del viaggio in se stesso, ricco di stravolgimenti emotivi e lastricato di situazioni nelle quali mettere alla prova la determinazione dello scopo ultimo.
Fino in fondo, il nostro Dan, ci crederà e resterà l’unico, solo contro tutti. L’unico in grado di trasformare il cuore di Ben, dando vita ad una forma di rispetto che finirà per cambiarlo, irrimediabilmente. In questo, il finale ha la sua vera ragion d’essere.
Insomma, un western che mi è piaciuto. Voto: 7.


sabato 6 ottobre 2007

Musica e follia


Reign over me

Quasi controvoglia ho optato per questo film; il titolo non mi diceva molto se non un rimando ad un brano intensamente evocativo degli Who.
Pensando di annoiarmi ho iniziato a vedere questa pellicola senza troppe pretese. Il film si muove lentamente attorno ai protagonisti principali Alan e Charlie, interpretati rispettivamente da Don Cheadle e Adam Sandler (appena visto in Io vi dichiaro marito e... marito, commedia non troppo brillante) e lascia intravedere un senso di dramma. E, infatti, tale è la situazione in cui vive inconsciamente Charlie, oramai isolato dalla vita da cause che impareremo a conoscere attraverso Alan. Incontratisi per caso dopo molti anni, i due cominciano a frequentarsi; sarebbe meglio dire che Alan intuisce le difficoltà di un vecchio amico al quale decide di stare accanto e anche, forse, per staccarsi da una vita matrimoniale un po’ stretta.
Circolando per le strade di Manhattan – accompagnati da un simpatico monopattino a motore - verremo immersi in quello che risulta essere una perdita di attaccamento alla realtà in seguito all’evento americano più devastante degli ultimi anni: l’11 settembre, la cui ombra continua a distorcere ricordi e affetti negli occhi di Charlie che, per dimenticare la moglie e le tre figlie strappatigli via in quel funesto giorno, si abbandona ad un mondo fatto di musica e videogiochi, lontano da tutti, ricco di una ricchezza improvvisa a compensazione delle morti subite.
Assistiamo ad un sentimento di incondizionato affetto nei confronti di un altro essere umano, svuotato da ogni forma di egoismo e pregiudizio, ma ricco di sfumature sulle quali riflettere.
Ci si scordi l’azione, la suspense, gli effetti speciali o altre diavolerie e si osservino unicamente gli aspetti della vita che possono investire chiunque di noi, piangendo il dolore e abbracciando l’amicizia, pensando all’amore come sentimento da esaltare in tutte le sue forme e dimensioni.
Una altro merito del film, per quanto mi riguarda, è aver inserito la musica come colonna portante di tutti i momenti; una musica non presente in quanto suonata, ma come concetto, in grado di isolare e di unire allo stesso tempo, di risvegliare ricordi che mi hanno riportato a vent’anni fa, quando mi infiammavo per Springsteen. Pochi accenni e alcuni secondi di un album storico come The River hanno immalinconito questo mio cuore rock.
Invito ad ascoltare anche il brano finale che da il titolo al film: un tributo particolare suonato dai Pearl Jam con grande personalità, merito soprattutto della bellezza dell’originale.
Voto: 6 ½


venerdì 5 ottobre 2007

L’ultima Legione... purtroppo.



Ero curioso di vedere la versione cinematografica del romanzo di Manfredi. Un'aspettativa nata dalla lettura del medesimo, con divertita partecipazione e sano interesse.
In breve: Anno Domini 476. L'ultimo imperatore romano, il tredicenne Romolo Augustolo accompagnato dal suo mentore Ambrosino, viene rapito dai barbari e confinato a Capri. Siamo alla fine del glorioso Impero Romano, ma a farcene sentire ancora la forza e la potenza ci penserà un manipolo di legionari che, aiutati dall'eccezionale guerriera Livia Prisca e guidati dal comandante Aurelio, tenterà di liberare il piccolo Cesare a rischio della propria incolumità mettendo alla prova le proprie capacità.

Ora, la primissima impressione delle primissime scene è che la produzione non abbia puntato tutte le risorse sull'atmosfera che può evocare un film storico, tenendo presente che si parla dell'Impero Romano; sembra di assistere ad un film di serie B con tutta l'artificiosità del genere senza il tocco originale di un Quentin di turno. Mi lascia perplesso, ma, dopotutto, ricordo che nel romanzo l'azione era lasciata più alla fisicità degli eventi che alla geografia dei luoghi. Col prosieguo della storia mi si consolida il pensiero di mancanza di personalità e continuo la visione senza partecipazione alle vicende che si susseguono (tenendo presente che ho letto il libro e con ancora in mente lo sviluppo della trama); il ruolo del solido comandante è affidato a Colin Firth, che per quanto io abbia apprezzato in altri film, proprio non ce l'ha la faccia del fiero combattente; e neanche il carisma, o almeno non l'ha ancora dimostrato. Questa considerazione mi pesa per tutto il film e, probabilmente, è da qui che nasce la sensazione di poco impegno da parte di chi puntava sul buon esito del film. E ci aggiungo la prova abbastanza scialba di un veterano del cinema come Ben kingsley e l'inespressività del giovane Cesare.
La regia mi è sembrata fredda e senza coinvolgimento per l'intera vicenda narrata, estranea.
Ogni tanto si respira un tocco di fantastico che si lascia osservare con gli occhi dell'immaginazione e che non mancherà di stuzzicare le fantasie di chi saprà coglierne i riferimenti. Il finale, comunque, si riserva il merito di instillarne l'interesse. Voto: 5


giovedì 6 settembre 2007

Cuore grigio



Creature grigio-scure e imponenti ci iniziamo alla loro verità: sono gli uomini drago che portano violenza e distruzione in un’epoca che si svolge 600 anni prima di Colombo. Quello che segue è leggenda. Un bianco silenzio di neve accompagna una donna indiana fino alla scoperta di uno spaventato bambino bianco, fragile e minuto, che si nasconde tra cadaveri e rocce. Preso con sé e portato al villaggio verrà cresciuto come parte integrante della tribù. Fantasma, così soprannominato, oramai adulto assiste allo sterminio della sua nuova gente ad opera di imponenti e crudeli guerrieri, gli stessi che l’hanno abbandonato da piccolo, Vichinghi. L’unica cosa che gli rimane da fare è fuggire. Comincia la caccia all’uomo. E comincia anche la vendetta che porterà altra morte e altro sangue tingendo di rosso le innevate cime. Tra agguati e combattimenti si susseguono gli eventi fino alla cattura del protagonista che sarà costretto a guidare i barbari, in cerca di razzie, verso passi rocciosi e montagne in cerca di popoli da sterminare.
Lento e senza brio il film non conquista. Freddo come i colori grigio cenere che lo animano non trova contatto con chi guarda; difficile immedesimarsi e provare pietà per le vicende nonostante le atrocità siano molte. Unico punto di apprezzamento sono i rudi Vichinghi rappresentati in tutta la loro ferocia dalle spade e armature puntute e cazzute. E’ un piacere guardarli distruggere tutto senza neanche vederli in volto, coperti da elmi cornuti e a cavallo di stalloni potenti. Voto 5


Papà Orco


Shrek terzo (2007)

Ritorna sul grande schermo il simpatico Orco che ha fatto divertire milioni di bambini, e non solo; ad accompagnarlo il fidatissimo Ciuchino e Gatto con gli stivali, compagni di sventura. Si parte in quarta cominciando dalle sfortune del principe Azzurro caduto in disgrazia, alle regalità di palazzo dove Sir Shrek e la Principessa Fiona fanno il loro ingresso in un susseguirsi di eventi catastrofici, che non faticheranno a strappare risate ai più piccoli e nemmeno ai più grandi.

La storia vera comincia con la divertente dipartita di Re Harold, che in punto di morte consegna la successione al trono nelle mani di Shrek; sentendosi inadeguato al ruolo, l’Orco parte alla ricerca di Arthur, colui che potrà degnamente rimpiazzarlo. La fresca notizia che presto diventerà padre non lo trattiene affatto dalla missione, facendogli vivere qualche sogno non propriamente piacevole. Attraverso un susseguirsi di eventi Shrek avrà a che fare con situazioni che lo metteranno in contatto con altri personaggi classici delle favole più conosciute (buoni e cattivi, da uno strampalato Merlino ad un truce(?) Capitan Uncino) fino al suo rientro, accompagnato dallo sfigato Arthur, dove ad attenderlo ci sarà uno stravolgimento del regno di molto, molto lontano. Ora le cose sono cambiate e il potere è detenuto da una vecchia conoscenza (e compari) che farà di tutto per avere la meglio sul malcapitato faccione verde, tra scorribande e atti criminali. Un faccione, quello proiettato davanti ai nostri occhi, impreziosito da uno sguardo sornione ma acuto, pacato ma attento e che, grazie all’evoluzione tecnologica dell’animazione, acquista sempre più fattezze ed espressioni umane. Un personaggio in grado di contare sulle proprie forze e che rivolge l’oltraggioso ghigno verso ideali di lealtà, amicizia e fratellanza, nascosti sotto movenze non proprio delicate, ma cariche di simpatia. Si fatica a credere sia solo un cartone animato.

Shrek e Fiona sono, in questo terzo episodio, meno protagonisti del solito e i personaggi minori (ma non troppo) si contendono la scena a gomitate, riuscendo a far emergere personalità ricche di umorismo che nulla sottraggono alla regale coppia, anzi. Papà Shrek chiude il film felice e contento in compagnia dei suoi agitati marmocchi, con il regno affidato alla cura di buone mani. In conclusione, un film da vedere allegramente con figli, nipoti, fratelli o amici, per ridere assieme e spensieratamente di un’avventura che riesce a conquistare. Voto: 7.


Con la merda in bocca


Fast Food Nation (2007)

La pellicola apre le porte allo spettatore mostrando l'interno del Tempio culinario americano, un Fast Food: lo slow motion tra giovani sorridenti e famiglie felici, che fanno tanto USA, sfuma presto verso la notte messicana vestita d'inquietudine dipinta sui volti del gruppo di persone che ci troviamo di fronte. Uomini e donne che lasciano il proprio paese per andare alla scoperta di nuove opportunità che non c'è dato di conoscere, ma che forse intuiamo essere ricerca di felicità(?). Eppure queste due realtà, lontane in apparenza, sono profondamente legate tra loro come luce e buio. Due estremità dello stesso mostro: la parte in alto che gestisce vite umane, che arricchisce impoverendo nell'anima, e la parte in basso, povera e disperata, che produce per necessità e destinata ad essere mangiata (situazione resa dal sacrificio di una delle protagoniste che deve trovare lavoro). Partendo da un caso di carne contaminata e della ricerca delle cause, quelle raccontate sono semplici storie di vita quotidiana affrontate senza false lacrime e con l'intento di svelare il sottile filo conduttore che le unisce. Nel mezzo, lavoratori sfruttati e in penose condizioni di sicurezza tra tute bianche e sangue di bestie macellate, a rischiare la vita per riuscire a produrre più in fretta. Girando attorno alla produzione di Hamburger per il florido mercato dei Fast Food, assistiamo alla messa in scena di stralci di vissuto, riguardanti lo stesso mondo: Il mio titolo, non a caso, è illuminante in questo senso. Da plauso la scena al ristorante che vede seduti di fronte il protagonista Don Henderson, interpretato dal sempre bravo Greg Kinnear, e Bruce Willis in un cameo che lo vede vestire i panni di un amico intento a dire la sua su quello che ha causato la contaminazione della carne; risulta talmente convincente da lasciarsi quasi trascinare ad abbracciare la sua verità che, per quanto parte di un meccanismo presente nella vita di tutti i giorni, rappresenta la vera radice da sradicare. In questi casi, guai dare ascolto al carisma altrui, ma ragionare sempre e solo con la propria testa, dando per assodato di possederne una, s'intende.

Il film - a mio avviso - polemico, si risparmia l'intento di dare insegnamenti in proposito lasciando allo spettatore il compito di osservare bene ogni meccanismo presente e farsi un quadro tutto proprio. Emblematico il fermo immagine finale che sintetizza, in un semplice frammento, e chiude il cerchio aperto all'inizio. Verso la fine è presente una scena cruda, nel mattatoio: non per tutti. Voto: 6 ½.

Morire in diretta


Vacancy - "In certi motel nessuno sopravvive più di una notte" -. (2007)

E' capitato, durante la settimana centrale d'Agosto, di vedere questo film. Un thriller interpretato dal simpatico Luke Wilson e dalla bella Kate Beckinsale, impegnati a vestire i panni di una coppia vicina alla crisi affettiva. I due, in viaggio, costretti a fermarsi per un guasto all'auto, raggiungono - a piedi - l'unico motel della zona. L'accoglienza non è delle migliori: urla strazianti dal locale dietro la reception accolgono i due giovani, rassicurati dal (inquietante) proprietario che ha un telecomando in mano; la televisione tira brutti scherzi! Benchè titubanti, decidono di fermarsi per la notte e da quel momento vivranno situazioni da non consigliare a nessuno, dove la paura o il senso del terrore la faranno da padrone. Già, quello che i nostri (inconsapevolmente) stanno per vivere è l'appuntamento con il puro divertimento orchestrato da qualcuno che prova piacere a filmare le proprie vittime mentre l'atto criminale si compie. Snuff-movie in azione e non occasionale, come sarà dimostrato dalle decine (centinaia?) di videocassette custodite proprio in quel locale dietro la reception che aveva spalancato le porte a quest'avventura filmata per il piacere di spettatori anonimi. Tutto si svolge prevalentemente all'interno della camera presa in affitto, dove le prime avvisaglie di quello che sta per succedere sono date da un insistente e ossessivo bussare dalla camera di fianco e dalla televisione accesa per passare il tempo(?); le immagini riproposte sono quelle dell'ultima videocassetta inserita (da chi?) che contiene scene di violenza estrema. Ma qualcosa non torna! Le pareti, i letti, i colori, il mobilio, sono esattamente identici a quelli della camera in cui si trovano i due sfortunati clienti. Coincidenza? Non la pensano così le figure mascherate che si aggirano intorno al motel. Da qui in poi saranno incubo e spirito di sopravvivenza a far proseguire il film, che per rispetto di chi lo vedrà non commento. Una cosa mi sento di dire, però: la follia di quello che accade è data dalla perversa malvagità di chi ricava gioia dall'osservare - in diretta - la sofferenza altrui. Quella stessa sofferenza che noi amiamo vedere in film come questi da parte dei protagonisti. Inquietante!

L'argomento trattato non è propriamente di quelli che preferisco; la mia curiosità era concentrata più sul protagonista, qui alle prese con un ruolo serio, che sulla storia in se stessa ricca in abbondanza di stereotipi cari all'immaginario del brivido: la notte, il luogo desolato, nessun aiuto in cui sperare, figure d'ombra che si aggirano e chi più ne ha più ne metta. Tutto sommato il buon Luke lo preferisco nei ruoli da commedia - anche se non arriverà mai alle punte di irriverente comicità del fratello Owen (stesso DNA, diverso talento) -, ma gli auguro di proseguire se si sente ispirato. Non pongo mai limiti alla creatività di un'artista, a patto che esprima arte e non banalità. Insomma, la pellicola è un intrattenimento per chi non pretende nulla d'originale o minimamente diverso dal già conosciuto, ma per chi vuole trascorrere, strettamente abbracciato al cuscino, qualche momento di terribile piacere(?). Voto: 6-.